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Omelia Domenica 26 Febbraio 2017
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26 Febbraio 2017

Eremo di Montegiove (Fano)

omelia 8^ domenica t. ordinario a

Nulla è in regalo

 
Nulla è in regalo, tutto è in prestito.
Sono indebitata fino al collo.
Sarò costretta a pagare per me
con me stessa,
a rendere la vita in cambio della vita.
 
È così che è stabilito,
il cuore va reso
e il fegato va reso
e ogni singolo dito.
 
È troppo tardi per impugnare il contratto.
Quanto devo
Mi sarà tolto con la pelle.
Me ne vado per il mondo
tra una folla di altri debitori.
Su alcuni grava l'obbligo
di pagare le ali.
 
Altri dovranno, per amore o per forza,
rendere conto delle foglie.
 
Nella colonna Dare
ogni tessuto che è in noi.
Non un ciglio, non un peduncolo
da conservare per sempre.
 
L'inventario è preciso,
e a quanto pare
ci toccherà restare con niente.
 
Non riesco a ricordare
dove, quando e perchè
ho permesso che aprissero
questo conto a mio nome.
 
La protesta contro di esso
la chiamiamo anima.
E questa è l'unica voce
che manca nell'inventario.
 
Wislawa Szymborska
 
Wislawa Szymborska, poetessa polacca e premio Nobel nel 1996, traduce - come abbiamo ascoltato - con ironico disincanto, la condizione umana, una condizione debitrice di tutto ed esposta alla perdita costante e sistematica di ciò che ha e, in fondo, di ciò che è. La leggerezza del suo registro poetico risulta peraltro graffiante, nessuno sconto, nessuna concessione alla realtà dei fatti; eppure, in chiusura di questo inventario esistenziale, ella apre uno spiraglio di senso dato dall’anima, che è l’essenza di ciascuno e che non muore e che non si restituisce, poiché ci appartiene da sempre e per sempre. E’ lei, anima, dal greco ànemos, spirito, soffio, vita profonda, colei di cui dobbiamo prenderci cura, essendone fieri e, soprattutto, senza preoccuparci troppo di tutto il resto!
 
E, a non preoccuparci, ci sollecita, oggi, ma da un paio di millenni il vangelo di Gesù, con un ritornello ricorrente nel brano di questa domenica. Per almeno sei volte nel testo, Non preoccupatevi. E non a caso sei volte; il numero 6 nella simbologia biblica allude, infatti, all’imperfezione della natura umana che si chiude in se stessa, che si angustia e non si apre all’azione di Dio. Pre-occuparsi significa privarsi del presente, il nostro tempo, per proiettarsi ansiosamente nel futuro o in un tempo indefinito, dunque inesistente. La preoccupazione svuota le energie, toglie risorse, punta a farci dimenticare che il presente è dono di Dio, da godere in pienezza. Anche il futuro lo è ma sarà un dono a suo tempo! Purtroppo, la preoccupazione e l’ansia che ne deriva, sono categorie fondamentali della nostra cultura e, per molti versi, conseguenza di tanta ingiustizia, esito di amministrazioni politiche ed economiche insufficienti. Come non preoccuparsi? Il più delle volte, qualcuno sostiene, è impossibile.
 
I saggi suggeriscono che la preoccupazione viene, in fondo, dalla memoria della morte. Lo stesso termine greco che traduciamo con preoccuparsi è imparentato con queste radici lessicali, la memoria e il destino. L’affanno prende chi, venuto dal nulla e destinato al nulla, avverte il richiamo della sorte. E così, per taluni, la vita si trasforma in destino tragico, per altri in algida indifferenza, per altri ancora in ironico distacco o in una continua sfida, ingaggiata con se stessi e con gli altri!
 
E noi? Come ci poniamo di fronte a questa pagina evangelica? Per noi, che sentiamo di essere venuti da Dio per tornare a Lui, il presente dovrebbe diventare gioia consapevole e non ingenua, anticipo di ciò che sarà domani e sempre; comunione con il Padre, con i fratelli e le sorelle, nel Regno di Dio.  
 
Chiediamo al Signore, in questa Eucaristia, la grazia di un affidamento sempre più radicale e dimentico di sè, leggero come un volo d’uccelli, perfetto come i gigli del campo e domandiamo la misericordia del Padre, la cui tenerezza si espande su tutte le creature.