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La felicità: un diritto o un dovere?

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La felicità: un diritto o un dovere? Print E-mail

 21 - 22 Ottobre 2017

Eremo di Montegiove (Fano)

La felicità. un diritto o un dovere?

Un maestro zen, un sacerdote teologo ed una insegnante di scuola primaria e shiatsu cosa hanno in comune?

Un’ esperienza, in particolare la mia esperienza cioè di chi ha contribuito alla realizzazione di questo incontro che ha come titolo:
La felicità un diritto o un dovere?

Questa è la domanda che mi fu posta tanti anni fa al mio primo incontro con il Maestro Taiten Fausto Guareschi nel monastero di Fudenji in una piccola località delle colline parmensi. La natura della domanda mi turbò, ponendomi in una visione prospettica nuova.

E cosa dire dell’incontro con Don Roberto Tagliaferri?
E’ docente di teologia liturgica presso l’Istituto di liturgia pastorale di S. Giustina a Padova. Si occupa di problemi epistemologici e di linguaggi del rito, con particolare attenzione alla dimensione estetica dell’esperienza religiosa. “Che cosa intendiamo quando parliamo di “esperienza”: qualcosa di profondo, di vero, di intuitivo o intendiamo soltanto un’ “increspatura” dell’anima, un’emozione senza oggetto?”           

I suoi interventi iniziano spesso con domande di questa natura, significative e frequentando i suoi preziosi incontri settimanali capii l’importanza di tenerle deste in noi.

E allora cari lettori e lettrici: cos’è per voi la felicità?
Un diritto e/o un dovere?
Vogliamo tentare una riflessione comune e confrontarci con dei pensatori, ricercatori molto “raffinati e scomodi”?

L’incontro con questi due teologi ha destabilizzato le mie convinzioni ora spero con tutto il cuore che possa avvenire anche voi.

Se vogliamo iniziare, un percorso di risveglio, osservazione di noi stessi, se vogliamo disinnescare la bomba di attaccamento, avversione e illusione che ci portiamo dentro è necessario che lo si faccia insieme. Occorre un concorso di forze per un progetto così complesso e importante. Da soli è molto difficile, impossibile forse. Ecco perché in tutte le tradizioni contemplative si dà importanza a strategie che ci aiutino nella coltivazione di pensieri e comportamenti sani.

La tradizione classica buddhista insegna le dieci parami cioè virtù o perfezioni di cui la metta (in lingua Pali, benevolenza, coltivazione dell'amore verso tutti gli Esseri) fa parte.

Lungi da essere dei dettami morali, del resto il buddhismo non impone nessuna regola formale, esse vanno viste come possibilità. Una pratica però costante porta pian, piano ad una profonda trasformazione.

La metta rappresenta dunque una forma classica di meditazione che ci aiuta ad una più profonda presenza mentale o consapevolezza, la quale ci consente di vedere e di interrompere i circoli viziosi dei pensieri afflittivi. Quindi un’opportunità per uscire dalla gabbia del ripiegamento su noi stessi.  

E come afferma il monaco buddhista Ajahan Sumedho:  “seguire il cuore non è sufficiente. Si deve addestrare il cuore”!  

Bruna Bonifazi