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Omelia Domenica 16 Aprile
Omelia Domenica 16 Aprile

Domenica 16 Aprile

Eremo di Montegiove (Fano)

Omelia - pasqua di risurrezione

Gv 20, 1-9

La Liturgia solenne di Pasqua ci convoca non solo per celebrare la memoria attualizzata della Risurrezione di Gesù, il Cristo ucciso sulla Croce, ma anche per verificare il nostro cammino di risorti per Cristo, con Cristo e in Cristo.

E per verificare questo nostro cammino di fede il vangelo di Giovanni, ora proclamato alla nostra assemblea e a ciascuno di noi che la componiamo, racconta la corsa al sepolcro dei due discepoli dopo l’annuncio sorprendente di Maria di Magdala : ”Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove lo abbiano messo”. Pietro e il discepolo amato si precipitano al luogo della sepoltura e trovano la tomba vuota come Maddalena ha detto loro. L’Evangelista si sofferma proprio su questa corsa e su quanto vedono nel sepolcro vuoto. Sta qui, credo, il messaggio che ci raggiunge oggi. Ci interessano i particolari. Il discepolo prediletto arriva per primo al sepolcro ma non entra: è Pietro il primo a entrare e vedere. La presenza del “discepolo amato” accanto a Pietro è un tratto tipico del Quarto Vangelo: Pietro, pur essendo il “primo” riconosciuto dai dodici, ha bisogno dell’amore, rappresentato appunto dall’ “ amato”, per garantire il suo “primato”.

Vi è poi il messaggio del secondo particolare: entrambe i discepoli, pur in successione, entrano nel sepolcro e “vedono”, ma solo del discepolo prediletto si dice che “vide e credette”. Chiaramente l’Evangelista attribuisce al discepolo amato un ruolo importante nella progressiva crescita della fede pasquale.

Nel racconto hanno molta importanza i verbi riguardanti il “vedere” usati quattro volte: il primo “vedere” di Maria di Magdala (blepein) riguarda la sua prima constatazione dell’assenza del corpo del Morto e il suo riferire ai discepoli, e indica la visione più distante dalla fede; l’altro discepolo, restando all’esterno del sepolcro e poi Pietro, “vedono” (theorein) e denotano un vedere con disponibilità, un vedere attento, un “guardare” con attenzione; è invece un vedere congiunto con la fede (eiden) quello dell’amato finalmente entrato nel sepolcro vuoto, che indica la comprensione e presa di coscienza. Ma a cosa è dovuta questa capacità di intuizione? Si tratta appunto del discepolo “che Gesù amava” e perciò intuisce. E sarà sempre questo discepolo a riconoscere il Risorto nelle sue successive apparizioni agli Apostoli.

Infine ci interroga il v.9: “infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, secondo la quale Gesù doveva risorgere dai morti”. Probabilmente, nel parere di molti esegeti, il senso è questo: il discepolo ha avuto bisogno di vedere per credere, e questa necessità di vedere si spiega col fatto che egli ancora non aveva capito le scritture. Se le avesse conosciute non avrebbe avuto bisogno di vedere, dato che la Scrittura è essa stessa la testimonianza sufficiente della risurrezione. Già Gesù, nel Vangelo di Luca, aveva detto: Se non ascoltano Mosè né i profeti,…,non crederanno neppure se uno risuscitasse dai morti” (Lc 16,31).

Dunque l’Evangelista chiude questo episodio affermando, sì, la fede dei discepoli, ma anche correggendola, cioè constatando la presenza di un “non ancora”: il cammino di fede, della nostra fede nel Risorto, deve progredire nella sua pienezza basata sulle Scritture e sulla testimonianza. Il nostro itinerario di fede è sempre all’inizio finché siamo prigionieri di un “non sapere” (così andrebbe tradotta alla lettera l’espressione “non capivano la Scrittura”), un “non sapere” che ci appesantisce e ci rende impreparati a questo evento totalmente “altro”; un evento che non consiste nel ritorno al passato, al già dato, ma nell’andare oltre, nel procedere secondo le categorie divine, nei tempi del Padre nei quali il Risorto è entrato per far entrare anche noi, ormai “suoi fratelli”, come ci ha definiti poi a Maria di Magdala, facendola messaggera della sua Risurrezione.

Per tutto questo noi, ora, siamo qui, chiedendo la consapevolezza di essere fratelli e sorelle in reciproco, accogliente servizio, reso fecondo dallo Spirito del Signore Risorto che ci rende partecipi della sua comunione con il Padre.